Credevo di aver fatto dei passi in avanti in questo periodo, nell’ultimo anno se non altro, quando non permettevo più a nessuno di oltrepassare un determinato livello.
Il bello e il brutto di sentirsi invincibilmente corazzati è quello che nulla ti tocca, ma nemmeno puoi toccare. Arrivare alla fine del 2008 con un bilancio nettamente in positivo non poteva che farmi felice, una volta tanto.
E poi invece.
Sono così stufa di regalare lacrime agli altri. Ho pianto abbastanza nella mia vita, so che è impossibile credere di non poter soffrire più, però io c’ho creduto veramente.
Ho pensato che talmente grandi sono stati i miei dolori, e talmente tanto ho sofferto che per una sorta di giustizia della giustizia divina, non avrei dovuto più soffrire.
Sono sicura di aver maturato questa presunzione come modo per difendermi da tutto quello che stava ‘fuori’ di me, quando io volevo solamente chiudermi in un angolo remoto del mondo e aspettare la mia fine. Solo il fatto di aver vissuto e di aver superato, relativamente, il mio personale dolore, ho pensato che nulla più mi avrebbe fatto paura, e nulla più mi avrebbe ammazzato.
Così, dopo un anno in cui mi sono tenuta ben distante da ogni relazione, ho creduto di aver trovato qualcuno con cui poteva valer la pena di rischiare. Sempre con il culo parato dalle mie presunzioni di nessuna più sofferenza.
Credevo di essere una persona chiusa ai sentimenti, che non potesse più assorbire il calore umano delle relazioni, per paura di stare male e di stare bene. Credevo che nessuno sarebbe più riuscito a farmi stare bene, credevo che il tutto si sarebbe ridotto ad un galleggiare sugli eventi.
Poi invece in quest’anno ho avuto tutto quello che poteva farmi sorridere, tanto da convincermi sempre di più che c’era la mano di qualcuno dietro.
E’ vero si sta male quando finisce. Cazzo se sto male ora.
Sto male perché per quanto avessi provato a non farmi progetti, a non farmi illusioni, di fatto qualche timida speranza mi premeva coccolarla nel mio acido cuore romantico. Progetti nel breve, brevissimo periodo, da qua a 3 settimane, fino a San Valentino –odiosa festa commerciale che almeno una volta nella vita vorrei non trascorrere da sola- fino al suo compleanno poco più in là.
Piccole cose, nulla di grandioso, come le fughe che lui invece aveva già progettato in un rigurgito tardo adolescenziale.
Sto male e sono confusa. Perchè non so cosa sto provando. Avere la lacrima in tasca certo non aiuta, eppure non riesco a capire se sono incazzata con lui perché ha giocato con me, fino a quando giocare non comportava nessuno sforzo da parte sua, o se sono incazzata con me per avergli permesso di arrivare lui alla decisione, per avergli permesso di farmi piangere ancora, per aver cucinato per lui, per aver potuto pensare che io l’avrei fatta funzionare questa storia, perchè il suo cuore, che non è mai stato scalfito da nulla se non da qualche libro ma che soprattutto non ha mai sofferto, avrebbe trovato in me, nel mio modo di vivere le storie timoroso e ingenuo, un ragione per provare a credere, per una volta, che ne valeva la pena.
La cosa che mi sconvolge ora è che io credevo di avere un cuore chiuso e gelido, refrattario ai sentimenti e al calore, immune alla mancanza di una persona, per sempre salvo dai mal di pancia da innamorati. Invece ho scoperto che il cuore duro ce l’ha lui.
Lui, che è come un’isola che non ha bisogno di nessuno. Come un bimbo che può permettersi tutte le giostre del luna park, poco importa se io sono lo Space Vertigo, rimango pur sempre un passatempo. Lui, come un fiume in piena, che raccoglie tutto quello che capita.
Avere il cuore duro dev’essere brutto, averlo senza motivo ancora di più.
Anche l’isola ha bisogno del mare, altrimenti non è più un’isola.
Io spero che trovi il suo mare, e che provi a vivere, a lanciarsi nel vuoto delle emozioni, a toccare con il culo per terra, e a sfiorare il cielo.
Io volevo solo smettere di essere sola, e di piangere per un po’.
E’ durato poco, e come tutte le cose belle durano quanto la vita di una rosa.
Io mi ritrovo nella stessa posizione di qualche tempo fa, il cuore ferito, il vuoto dentro e fuori.
Passano gli anni ma non imparo mai un cazzo.
Mi chiedo perché mi merito tutto questo, presunzione a parte, vedo gente che cade sempre in piedi, che non sa cosa sia il dolore che si respira. Vedo gente che non finisce una relazione che ne ha già cominciata un’altra. E mi chiedo perché io debba passare la mia vita così, sempre da sola.
Non dico che la soluzione sia necessariamente nell’Amore, nel principe azzurro. Solo che sono stufa di camminare con le mie gambe, di poter contare solo e sempre su me stessa.
Lo so che troverò una ragione anche a questo tra un po’, eppure ora non sento altro che confusione. E un pizzico di rabbia.
Si dice che l’età adulta arrivi quando si comincia a darsi le colpe di tutto. Ecco allora credo che la colpa sia stata mia, che gli ho permesso di entrare, e quando lui è rimasto sulla porta, avrei dovuto capire.
Voglio solo smettere di piangere per un po’.
martedì 27 gennaio 2009
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1 commenti:
destino delle anime sensibili.. ma sono convinto che il rimedio alla fine si troverà, a volte prima di quanto uno pensi
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