venerdì 2 maggio 2008

Ridere, ridere, piangere

E poi arrivano queste giornate, queste splendide giornate di sole e cielo terso a Milano. E il cuore dovrebbe essere leggero e non lo è.

Sento il cuore pesante in giornate come queste, con le strade deserte, la città svuotata, i treni colmi di gente che torna a casa.
A me basta guardare il cielo attraverso il tetto di una smart per catapultarmi nella mia blindatissima introspezione.

Nessuno sa, nessuno.

Buffo, nemmeno particolarmente importante tra tutte le cose che abbiamo visto e fatto insieme. Era solo una normale mattina di primavera, e mi stavi portando a scuola con la smart, io guardavo dal tettuccio il cielo e gli alberi che passavano , e ho cominciato a ridere come una scema. Ridere, ridere, ridere fino alle lacrime, senza una precisa ragione.

E' sempre quello il punto, ero felice e non lo sapevo.

A distanza di 8 anni, dentro una smart, nel mezzo della tangenziale di Milano di mercoledì sera, ho alzato gli occhi verso il tettuccio e ho visto il cielo.
E il ricordo è salito, come sono salite le lacrime.
Ancora non capisco se la gente che mi sta affianco s'interroga sul mio lunaticissimo comportamento, mi piacerebbe. Anzi, sono in continua ricerca di persone che si preoccupino per me, di me, che mi facciano sentire che se non ci sono manca qualcosa. Ma dopottutto ci sono tante ragazze semplici, senza particolari drammi interiori, o forse con un migliore atteggiamento del mio nell'affrontarli, più rilassate, sorridenti, loquaci, disinibite e disinvolte pronte per essere portate fuori a cena. E io rimango una ragazza complicata, con troppo ferite sulle braccia.

Io non riesco ad essere un'altra per troppe ore di filato, ad un certo punto il mio cuore pesante deve riemergere, la maschera deve essere posata.

Mi guardo intorno e mi chiedo da che gente sono circondata.
Da persone che non vedono le mie richieste d'aiuto, timide e silenti.
Io non posso urlare, non l'ho mai fatto e non lo farò mai.
Gente che affoga nei bicchieri d'acqua, che si strugge e si distrugge per delle minchiate. Gente che dichiara grande affetto nei miei confronti e poi si tuffa nel vuoto dell'assenza. Oppure gente che sta anche peggio di me, ma alla quale chiedere aiuto sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.
Io sono abbandonata a me stessa anche da me stessa. Sto completando un elenco mentale e spontaneo di cose che "mai avrei detto avrei mai fatto", molte delle quali mi spavento io stessa di aver avuto il coraggio di fare. Solo per poter dire a me stessa di averle fatte, di essere passata sopra e andata avanti. Per sopravvivere.

Mamma mia, quando passerà se passerà tutto questo?
Ieri, in posizione fetale su un divano che non era il mio, sono implosa piangendo, maturando la convinzione che il mio stato di malessere era dovuto a questo.
Ma se così non fosse? Se si trattasse di perpetuato abuso di dolore?
Se invece fossi solamente io, condannata per sempre ai bioritmi di uno schizofrenico?

Vorrei poter godere di questa giornata di sole, ma i raggi non riescono a scaldarmi il cuore pesante.

Quanta voglia che ho di battere i piedi per terra urlando, perchè un anno fa non sapevo che cosa avevo tra le mani. Quanta felicità sottovalutata, quanta ricchezza incompresa.
Come si può vivere senza qualcosa di così vitale? Come può un lutto mangiarti dentro, squarciarti la vita, i pensieri, le ambizioni, le compagnie?
Come può una manciata di minuti della tua vita, gli ultimi tuoi minuti di vita, essere il mio incubo, il mio pensiero fisso?

Io non sono un passatempo, una bambolina da posare sul divano, un pacco postale da consegnare, non sono una ragazza semplice, una figlia semplice, un amica semplice, un amante semplice, una fidanzata semplice, una persona semplice.
Non posso badare anche alle ferite che potrebbero infliggermi gli altri, ne ho abbastanza di quelle che mi infliggo da sola.