lunedì 4 agosto 2008

22 Luglio 2008

E’ passato un anno da quel 22 luglio, da quel 26 luglio, da quella maledetta settimana del 2007.
Se dovessi cominciare l’elenco delle cose che sono cambiate non mi basterebbe una giornata, perché siamo tutti profondamente cambiati, e sono cambiate inoltre un sacco di cose.
La cosa sulla quale penso più spesso, soprattutto ultimamente, è come sia cambiata la nostra famiglia: io sono ancora qua, a Milano, e la mamma e il papà sono ancora là a casa.
Sembrerebbe tutto uguale all’anno scorso, con la sola differenza che la mia vita milanese si è un po’ più stabilizzata all’alba del secondo anno.

Mi sento più lontana da casa, e la cosa peggiore è che percepisco un senso di volontà in questo. Com’è possibile che un lutto così grande, anziché unirci per farci forza mi abbia portato a starmene ancora di più da sola?
La mamma sta sempre peggio, non riesce più a fare quasi nulla, a camminare, a distrarsi, e io anziché farle forza non so cosa dirle. Sto zitta, non ho nulla da dirle per poter sanare il suo dolore sia fisico che psicologico. Non so cosa dirle per guarirle il dolore alle gambe, non so cosa dirle quando piange se si parla dei fiori al cimitero. Io non riesco ad entrare nel suo dolore, mi sento in colpa ma non faccio nulla per rimediare perché ho un grandissimo terrore.

E’ quello di legarmi troppo, oramai a chiunque.

Non voglio più sentirmi la terra franare sotto i piedi e desiderare di morire a 25 anni, non voglio più immaginare cose che non avrei mai voluto immaginare, o immaginarne altre che non accadranno mai come il natale con i miei figli e i tuoi figli, con mio marito e con tua moglie, come il giorno del tuo matrimonio, i giorno della laurea dei tuoi figli, la tua barba bianca, e le tue rughe.

La mamma e il papà non ci saranno per sempre e questa è l’unica certezza dolorosa che abbiamo fin dall’inizio della nostra esistenza, lo sa solo il cielo quanto sono coccolona e quanto mi piace dire ‘Mamma….mi vuoi bene?’, quanto adoro il papà che mi adora a sua volta e al quale basta scambiare 4 parole in croce con me per farsele bastare, quanto mi piace vedere la mamma che ride, quanto mi piace vedere papà contento, ma quanto tempo è passato dall’ultima volta che hanno sorriso con il cuore? Credo che l’ultima volta ho avuto anche il privilegio di immortalarlo in una foto, entrambi che ridono, e che festeggiano 30 anni di successo matrimoniale, con uno sforzatissimo bacio dato ridendo. Io non vorrei farlo, ma sento che mi sto staccando da loro sempre di più, a malincuore, ma solo e semplicemente perché sento il peso del loro dolore e sento che sarebbe troppo da sopportare.
Ho paura che se mi avvicino troppo alla mamma potrei sentire ancora di più il suo dolore, e farlo mio, in aggiunta al mio. Quando sono a casa leggo nei loro occhi la mancanza di qualcosa, leggo che guardano me ma vedono la metà sopravvissuta di un tutt’uno che non tornerà mai più. Leggo che io sono tutto quello che a loro resta ma che io non voglio essere. Io voglio essere solamente una figlia normale, la sorella di un primogenito, e non avere la responsabilità palese della loro felicità, perché non ce la faccio. Non riesco ad essere felice per me, non saprei come diventare felice per loro.

Dall’anno scorso mi sono rialzata in piedi da sola, piangendo e facendomi del male da sola, pensando certe cose per il timore di dirle e di scriverle da sola, perché non volevo farmi vedere e sentire piangere da loro.
Credo probabilmente di avere così tanta paura di ricevere un'altra telefonata come quella, da prepararmi costantemente al momento in cui uno di loro non ci sarà più e io sarò sola per sempre.
Devo abituarmi ad esserlo, come mi sto abituando ora a Milano.
Sanno solamente gli angeli quanto vorrei avere il cuore leggero e non avere questi pensieri, che mi fanno essere diversa da tutti, da tutti quella della mia età e non.
Quanto vorrei che la mamma potesse distrarsi ed uscire, perché lo vedo anch’io oggi, l’unico week end del mese che passo a casa , quanto poco basta per stare a piangere tutto il giorno.
E’ solo domenica, è solo una domenica di agosto, come tante ce ne sono state e tante ce ne saranno. Ma tra una settimana è il tuo compleanno, fai 29 anni Andre. Non pensare che me lo scordi.

Andre, la nostra famiglia non è più la stessa da quando te ne sei andato.
Voglio confessarti quello che la mia mente ha pensato per un millesimo di secondo durante quella telefonata del 22 luglio. Credevo che la mia vita non avrebbe subito grossi impatti da questo, sottovalutavo la tua importanza vitale per me, perché credevo che bastasse il pretesto che non andavamo d’accordo. Non puoi immaginare quanto sia pentita di aver pensato questa cose prima di scoppiare a piangere urlando nel mezzo di quello showroom, quel pensiero di nemmeno una frazione di secondo il cui peso me lo porterò sulle spalle fino a che un giorno ti rincontrerò, è la vergogna più grande che il mio cuore riesca a contenere.
Non farò mai abbastanza per dimostrarti quanto invece io tenga a te, e quanto, guardandomi indietro ho sempre saputo di tenere a te, in tutti i miei 24 anni di vita insieme.

Io ero certa che una volta diventati grandi saremmo andati d’accordo, e forse tu non ti preoccupavi nemmeno di fare un pensiero del genere, per te eravamo semplicemente fratello e sorella.
Sorellina, o Little Monkey come mi avevi salvata sul tuo telefono. Perché per te, nonostante avessi 24 anni, ero ancora quella bambina piccolina e paffuta che si grattava –e si gratta- sempre come una scimmietta. Sarebbe stata dura quel giorno per i tuoi amici trovare il mio numero nella tua rubrica per avvisarmi. E tu per me, nonostante la prepotenza e l’arroganza di re Leone della famiglia eri per me Big Brother, come invece ti avevo salvato io sul telefono. Sei l’uomo del quale sono stata più gelosa in assoluto in tutta la mia vita, e spero che tu abbia capito perché.
Perché di fratello ne avevo e ne avrò sempre soltanto uno, di esempio maschile da seguire in tutti i giorni c’eri solo tu, che giocava con me da piccola e mi faceva incazzare da grande.

Sa il cielo quanto vorrei scambiare due chiacchiere ora con te, solo per sentire cosa pensi di me perché non ho mai avuto il coraggio di chiedertelo, perché sapevo che parlavi di me come la secondogenita viziata, alla quale passavano sempre tutto, che si è fatta mantenere fino all’università e anche oltre. Avevo capito che non eri fiero di me, e adesso che non sono più viziata né mantenuta vorrei tanto sapere cosa pensi di me. Cosa dici di me agli altri, se dici che sono una brava sorellina o no. Vorrei la tua approvazione, sulla mia vita.

E’passato solo un anno Andre, forse il peggiore, o forse no. Solo con la pazienza lo scopriremo.
Per me questo è l’anno della ribellione, l’anno dell’inconsueto, e dei germogli.
Vedo che ci sono dei germogli di pace e di serenità, il primo è stato il lavoro. Ora ti prego affinché il prossimo germoglio di serenità non sia a Milano, ma che sia a casa, dove sono certa che la mamma sta piangendo anche oggi, come ogni giorno.

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