domenica 19 aprile 2009

Aspettando Godot

Passa il tempo, passano le giornate che poi sembrano sempre le stesse.
Sono ancora qua, a piangere e a chiedermi perchè lo faccio, perchè continuo a regalare lacrime.
Sono così stufa di piangere, non ho forse pianto abbastanza? perchè i dispiaceri si accaniscono? perchè non è lecito vederli distribuiti anche agli altri?

Sono stufa di essere forte, di spostare il mio limite sempre un po' più in là.

Le regole del gioco non valgono per me: con me esiste solo l'eccezione.
Non è di casa la civiltà, non è di casa la sensibilità. Io che mi stupisco ogni giorno di più di quanto sia diventata stronza, poi davanti a certe situazioni non lo sono mai abbastanza, perchè poi temo che a vomitare veleno davanti alle persone che più mi hanno fatto del male non sarebbe altro che una resa incondizionata, un'ammissione di sconfitta, il trionfo della debolezza.
Invece ieri, in un dejavù del 1995, Apollo 13 o Aspettando Godot non ha fatto la differenza. Tutto come allora, e io inerme a guardare.

Pensavo di farcela, pensavo che dopo tanti mesi un segno di civiltà dall'altro sarebbe arrivato, invece no. Ma in quel caso la decisione era stata mia ed evidentemente sto ancora scontando la pena dell'aver deciso per entrambi.
Ma quella cosa viscerale che ho sentito, era per quell'altro.
Un invertebrato egoista, che non vede altro dio al di là di se stesso, che è un bambino cresciuto gobbo nel corpo di un quasi 30enne con le spalle troppo strette, un mancato figlio unico primo della classe.
La sensibilità di un rinoceronte nel gestire i rapporti, una velina al braccio colta come un concorrente del Grande Fratello, spalmati l'uno sull'altra come solo Paolo e Francesca saprebbero fare. La baldanza di lei, conscia che pochi mesi fa io stesso credevo di averla -testualmente- eliminata con una scorreggia, si godeva la sua vittoria come Cannavaro nel luglio 2006.
Lei ha fatto bene, ha fatto solo che bene: saltare da un letto all'altro non può che risollevare la sua libera professione. Chi meglio di me può congratularsi d'altra parte? Che il quel pollaio c'ho beccato per un po', passare da un gallo all'altro...non ha prezzo.
Rimango sempre interdetta dal comportamento di lui, colpevole più di lei che nemmeno mi conosce, senza parole e con la stessa sensazione di aver appena ricevuto un pugno nello stomaco.
Senza fiato, vicina al conato, avevo la testa bassa e i pensieri pesanti 'devo andarmene senza farmi vedere piangere'.
Lui, maledetto Gastone dell'esistenza, come sempre non si è reso conto del male che mi ha fatto. Non ho parole per distinguere il mio malessere, fatto di lacrime e rabbia che emergeva ad ogni passo mentre tornavo a casa a piedi, sotto la pioggia, come una ladra.
Mi sento di augurargli le peggio cose, come solo i cattivi dei film saprebbero fare, perchè ho bisogno di trovare un colpevole per il mio stato, e lui lo è.
Non riesco ad essere forte, non stavolta. Lo sono stata per tanto tempo, basta con questa storia che sono forte. E' falso, lo credete voi. Io non ho le spalle larghe, e se è vero che dio le manda solo a chi sa che potrà superarle bhè allora basta, devo forse prendere a sprangate qualcuno per far capire a dio che io non so come 'superarla' questa come tutte le altre che mi sono capitate?

Sono stufa di piangere, e di guardare Apollo 13 da troppi anni. Erano le medie, ma adesso siamo adulti, tutti. Forse.

martedì 27 gennaio 2009

Anche un’isola ha bisogno del mare

Credevo di aver fatto dei passi in avanti in questo periodo, nell’ultimo anno se non altro, quando non permettevo più a nessuno di oltrepassare un determinato livello.
Il bello e il brutto di sentirsi invincibilmente corazzati è quello che nulla ti tocca, ma nemmeno puoi toccare. Arrivare alla fine del 2008 con un bilancio nettamente in positivo non poteva che farmi felice, una volta tanto.

E poi invece.

Sono così stufa di regalare lacrime agli altri. Ho pianto abbastanza nella mia vita, so che è impossibile credere di non poter soffrire più, però io c’ho creduto veramente.
Ho pensato che talmente grandi sono stati i miei dolori, e talmente tanto ho sofferto che per una sorta di giustizia della giustizia divina, non avrei dovuto più soffrire.
Sono sicura di aver maturato questa presunzione come modo per difendermi da tutto quello che stava ‘fuori’ di me, quando io volevo solamente chiudermi in un angolo remoto del mondo e aspettare la mia fine. Solo il fatto di aver vissuto e di aver superato, relativamente, il mio personale dolore, ho pensato che nulla più mi avrebbe fatto paura, e nulla più mi avrebbe ammazzato.
Così, dopo un anno in cui mi sono tenuta ben distante da ogni relazione, ho creduto di aver trovato qualcuno con cui poteva valer la pena di rischiare. Sempre con il culo parato dalle mie presunzioni di nessuna più sofferenza.
Credevo di essere una persona chiusa ai sentimenti, che non potesse più assorbire il calore umano delle relazioni, per paura di stare male e di stare bene. Credevo che nessuno sarebbe più riuscito a farmi stare bene, credevo che il tutto si sarebbe ridotto ad un galleggiare sugli eventi.
Poi invece in quest’anno ho avuto tutto quello che poteva farmi sorridere, tanto da convincermi sempre di più che c’era la mano di qualcuno dietro.
E’ vero si sta male quando finisce. Cazzo se sto male ora.
Sto male perché per quanto avessi provato a non farmi progetti, a non farmi illusioni, di fatto qualche timida speranza mi premeva coccolarla nel mio acido cuore romantico. Progetti nel breve, brevissimo periodo, da qua a 3 settimane, fino a San Valentino –odiosa festa commerciale che almeno una volta nella vita vorrei non trascorrere da sola- fino al suo compleanno poco più in là.
Piccole cose, nulla di grandioso, come le fughe che lui invece aveva già progettato in un rigurgito tardo adolescenziale.
Sto male e sono confusa. Perchè non so cosa sto provando. Avere la lacrima in tasca certo non aiuta, eppure non riesco a capire se sono incazzata con lui perché ha giocato con me, fino a quando giocare non comportava nessuno sforzo da parte sua, o se sono incazzata con me per avergli permesso di arrivare lui alla decisione, per avergli permesso di farmi piangere ancora, per aver cucinato per lui, per aver potuto pensare che io l’avrei fatta funzionare questa storia, perchè il suo cuore, che non è mai stato scalfito da nulla se non da qualche libro ma che soprattutto non ha mai sofferto, avrebbe trovato in me, nel mio modo di vivere le storie timoroso e ingenuo, un ragione per provare a credere, per una volta, che ne valeva la pena.
La cosa che mi sconvolge ora è che io credevo di avere un cuore chiuso e gelido, refrattario ai sentimenti e al calore, immune alla mancanza di una persona, per sempre salvo dai mal di pancia da innamorati. Invece ho scoperto che il cuore duro ce l’ha lui.
Lui, che è come un’isola che non ha bisogno di nessuno. Come un bimbo che può permettersi tutte le giostre del luna park, poco importa se io sono lo Space Vertigo, rimango pur sempre un passatempo. Lui, come un fiume in piena, che raccoglie tutto quello che capita.

Avere il cuore duro dev’essere brutto, averlo senza motivo ancora di più.

Anche l’isola ha bisogno del mare, altrimenti non è più un’isola.
Io spero che trovi il suo mare, e che provi a vivere, a lanciarsi nel vuoto delle emozioni, a toccare con il culo per terra, e a sfiorare il cielo.

Io volevo solo smettere di essere sola, e di piangere per un po’.
E’ durato poco, e come tutte le cose belle durano quanto la vita di una rosa.

Io mi ritrovo nella stessa posizione di qualche tempo fa, il cuore ferito, il vuoto dentro e fuori.
Passano gli anni ma non imparo mai un cazzo.
Mi chiedo perché mi merito tutto questo, presunzione a parte, vedo gente che cade sempre in piedi, che non sa cosa sia il dolore che si respira. Vedo gente che non finisce una relazione che ne ha già cominciata un’altra. E mi chiedo perché io debba passare la mia vita così, sempre da sola.

Non dico che la soluzione sia necessariamente nell’Amore, nel principe azzurro. Solo che sono stufa di camminare con le mie gambe, di poter contare solo e sempre su me stessa.
Lo so che troverò una ragione anche a questo tra un po’, eppure ora non sento altro che confusione. E un pizzico di rabbia.
Si dice che l’età adulta arrivi quando si comincia a darsi le colpe di tutto. Ecco allora credo che la colpa sia stata mia, che gli ho permesso di entrare, e quando lui è rimasto sulla porta, avrei dovuto capire.
Voglio solo smettere di piangere per un po’.

lunedì 13 ottobre 2008

Una volta tanto

Sono certa che il destino sia chiaramente dietro di me e lui, perchè troppe cose ci hanno unito senza un motivo apparente, ma con un filo logico che ancora non ho colto, e dio solo sa se un giorno coglierò, ma so che ci sarà un momento in cui tutto sarà chiaro.

C'è una ragione per la quale ci siamo conosciuti abbastanza tempo prima per poterci amare, lasciare, allontanare e riavvicinare, cercare e trovare.

C'è una ragione per tutto, c'è una ragione per la quale tu te ne sei andato 10 anni e 1 giorno dopo Salvo, e c'è una ragione per la quale io sono finita a Milano con il lavoro dei miei sogni e lui è finito a Roma, con il lavoro dei suoi sogni.


Non lo so se finiremo insieme, definitivamente insieme, non so se è quello che voglio o se è quello che fa per me. So che finisco sempre per piangere quando sono con lui, di gioia e di tristezza, di nostalgia e di speranza, di sollievo e di felicità. E lui forse ha capito perché, ed è perché con lui finisco per mettermi sempre a nudo.


Vorrei che le cose fossero facili, vorrei non aver creduto per l'ennesima volta che 'sì, sei cambiato' e invece no, ha aspettato il solito momento, quel preciso istante che non concedo mai a nessuno, l'istante in cui ti regalo la mia fiducia e io credo 'che ci sarai'.

E invece, porca troia, e invece poi non c'è. Poi non risponde al telefono, sapendo che è la cosa che più odio al mondo.

Lui aspetta sempre quel momento, quell'istante preciso in cui io conto su di lui per qualcosa, per poi mancare.


Passano i giorni, e ricompare. Come se nulla fosse, o magari anche con qualche spiegazione in tasca pronta per essere sciorinata. Ma stavolta non ho voluto ascoltarlo. E mentre il mio cuore batteva e combatteva fortissimo contro il mio cervello, la mano tremava mentre tenevo in mano il cellulare che suonava.

Il mio cuore voleva sentirlo, ma una parte mi diceva anche che non posso sempre passarci sopra. Perchè sì, sono convinta che lui sia speciale, sia il più speciale tra tutti, l'unico che mi ha scaldato il cuore, l'unico che mi fa piangere ma di gioia e di nostalgia, però non posso passare sempre sopra la mia dignità solo perchè sono convinta che io e lui siamo legati.

Forse lui non ne è convinto quanto me, forse non lo è mai stato. Non ha mai detto che mi amava, ha sempre solo detto che 'credeva' di amarmi. Forse per lui tutte queste coincidenze non significano nulla, forse lui crede che ci sia qualcuno che lo capisce più di me.


Forse quello che devo capire è che lui non mi capisce quanto vorrei.


Ma oggi, mi ritrovo a fissare il cellulare, a sperare che suoni. Anche se poi non gli risponderei. Ma sono una stronza romantica, che vuole il romanticismo raramente, solo da alcuni e solo per precise ragioni.

Vorrei solo che capisse che lo mando via perchè voglio che torni, che non gli rispondo perchè vorrei che mi cercasse, perchè vorrei trovarmelo sotto casa, appoggiato al cofano della macchina con il sorriso, che mi aspetta e preoccupato mi chiede 'ma dove eri finita?'.


Eh lo so Andre, sono una donna della peggiore specie, che si fa delle gran gran seghe mentali, e che vuole essere salvata come Pretty Woman.

Passerà anche questa, come sono passate sempre tutte le altre.



lunedì 4 agosto 2008

22 Luglio 2008

E’ passato un anno da quel 22 luglio, da quel 26 luglio, da quella maledetta settimana del 2007.
Se dovessi cominciare l’elenco delle cose che sono cambiate non mi basterebbe una giornata, perché siamo tutti profondamente cambiati, e sono cambiate inoltre un sacco di cose.
La cosa sulla quale penso più spesso, soprattutto ultimamente, è come sia cambiata la nostra famiglia: io sono ancora qua, a Milano, e la mamma e il papà sono ancora là a casa.
Sembrerebbe tutto uguale all’anno scorso, con la sola differenza che la mia vita milanese si è un po’ più stabilizzata all’alba del secondo anno.

Mi sento più lontana da casa, e la cosa peggiore è che percepisco un senso di volontà in questo. Com’è possibile che un lutto così grande, anziché unirci per farci forza mi abbia portato a starmene ancora di più da sola?
La mamma sta sempre peggio, non riesce più a fare quasi nulla, a camminare, a distrarsi, e io anziché farle forza non so cosa dirle. Sto zitta, non ho nulla da dirle per poter sanare il suo dolore sia fisico che psicologico. Non so cosa dirle per guarirle il dolore alle gambe, non so cosa dirle quando piange se si parla dei fiori al cimitero. Io non riesco ad entrare nel suo dolore, mi sento in colpa ma non faccio nulla per rimediare perché ho un grandissimo terrore.

E’ quello di legarmi troppo, oramai a chiunque.

Non voglio più sentirmi la terra franare sotto i piedi e desiderare di morire a 25 anni, non voglio più immaginare cose che non avrei mai voluto immaginare, o immaginarne altre che non accadranno mai come il natale con i miei figli e i tuoi figli, con mio marito e con tua moglie, come il giorno del tuo matrimonio, i giorno della laurea dei tuoi figli, la tua barba bianca, e le tue rughe.

La mamma e il papà non ci saranno per sempre e questa è l’unica certezza dolorosa che abbiamo fin dall’inizio della nostra esistenza, lo sa solo il cielo quanto sono coccolona e quanto mi piace dire ‘Mamma….mi vuoi bene?’, quanto adoro il papà che mi adora a sua volta e al quale basta scambiare 4 parole in croce con me per farsele bastare, quanto mi piace vedere la mamma che ride, quanto mi piace vedere papà contento, ma quanto tempo è passato dall’ultima volta che hanno sorriso con il cuore? Credo che l’ultima volta ho avuto anche il privilegio di immortalarlo in una foto, entrambi che ridono, e che festeggiano 30 anni di successo matrimoniale, con uno sforzatissimo bacio dato ridendo. Io non vorrei farlo, ma sento che mi sto staccando da loro sempre di più, a malincuore, ma solo e semplicemente perché sento il peso del loro dolore e sento che sarebbe troppo da sopportare.
Ho paura che se mi avvicino troppo alla mamma potrei sentire ancora di più il suo dolore, e farlo mio, in aggiunta al mio. Quando sono a casa leggo nei loro occhi la mancanza di qualcosa, leggo che guardano me ma vedono la metà sopravvissuta di un tutt’uno che non tornerà mai più. Leggo che io sono tutto quello che a loro resta ma che io non voglio essere. Io voglio essere solamente una figlia normale, la sorella di un primogenito, e non avere la responsabilità palese della loro felicità, perché non ce la faccio. Non riesco ad essere felice per me, non saprei come diventare felice per loro.

Dall’anno scorso mi sono rialzata in piedi da sola, piangendo e facendomi del male da sola, pensando certe cose per il timore di dirle e di scriverle da sola, perché non volevo farmi vedere e sentire piangere da loro.
Credo probabilmente di avere così tanta paura di ricevere un'altra telefonata come quella, da prepararmi costantemente al momento in cui uno di loro non ci sarà più e io sarò sola per sempre.
Devo abituarmi ad esserlo, come mi sto abituando ora a Milano.
Sanno solamente gli angeli quanto vorrei avere il cuore leggero e non avere questi pensieri, che mi fanno essere diversa da tutti, da tutti quella della mia età e non.
Quanto vorrei che la mamma potesse distrarsi ed uscire, perché lo vedo anch’io oggi, l’unico week end del mese che passo a casa , quanto poco basta per stare a piangere tutto il giorno.
E’ solo domenica, è solo una domenica di agosto, come tante ce ne sono state e tante ce ne saranno. Ma tra una settimana è il tuo compleanno, fai 29 anni Andre. Non pensare che me lo scordi.

Andre, la nostra famiglia non è più la stessa da quando te ne sei andato.
Voglio confessarti quello che la mia mente ha pensato per un millesimo di secondo durante quella telefonata del 22 luglio. Credevo che la mia vita non avrebbe subito grossi impatti da questo, sottovalutavo la tua importanza vitale per me, perché credevo che bastasse il pretesto che non andavamo d’accordo. Non puoi immaginare quanto sia pentita di aver pensato questa cose prima di scoppiare a piangere urlando nel mezzo di quello showroom, quel pensiero di nemmeno una frazione di secondo il cui peso me lo porterò sulle spalle fino a che un giorno ti rincontrerò, è la vergogna più grande che il mio cuore riesca a contenere.
Non farò mai abbastanza per dimostrarti quanto invece io tenga a te, e quanto, guardandomi indietro ho sempre saputo di tenere a te, in tutti i miei 24 anni di vita insieme.

Io ero certa che una volta diventati grandi saremmo andati d’accordo, e forse tu non ti preoccupavi nemmeno di fare un pensiero del genere, per te eravamo semplicemente fratello e sorella.
Sorellina, o Little Monkey come mi avevi salvata sul tuo telefono. Perché per te, nonostante avessi 24 anni, ero ancora quella bambina piccolina e paffuta che si grattava –e si gratta- sempre come una scimmietta. Sarebbe stata dura quel giorno per i tuoi amici trovare il mio numero nella tua rubrica per avvisarmi. E tu per me, nonostante la prepotenza e l’arroganza di re Leone della famiglia eri per me Big Brother, come invece ti avevo salvato io sul telefono. Sei l’uomo del quale sono stata più gelosa in assoluto in tutta la mia vita, e spero che tu abbia capito perché.
Perché di fratello ne avevo e ne avrò sempre soltanto uno, di esempio maschile da seguire in tutti i giorni c’eri solo tu, che giocava con me da piccola e mi faceva incazzare da grande.

Sa il cielo quanto vorrei scambiare due chiacchiere ora con te, solo per sentire cosa pensi di me perché non ho mai avuto il coraggio di chiedertelo, perché sapevo che parlavi di me come la secondogenita viziata, alla quale passavano sempre tutto, che si è fatta mantenere fino all’università e anche oltre. Avevo capito che non eri fiero di me, e adesso che non sono più viziata né mantenuta vorrei tanto sapere cosa pensi di me. Cosa dici di me agli altri, se dici che sono una brava sorellina o no. Vorrei la tua approvazione, sulla mia vita.

E’passato solo un anno Andre, forse il peggiore, o forse no. Solo con la pazienza lo scopriremo.
Per me questo è l’anno della ribellione, l’anno dell’inconsueto, e dei germogli.
Vedo che ci sono dei germogli di pace e di serenità, il primo è stato il lavoro. Ora ti prego affinché il prossimo germoglio di serenità non sia a Milano, ma che sia a casa, dove sono certa che la mamma sta piangendo anche oggi, come ogni giorno.

martedì 10 giugno 2008

E' un anno




Esattamente un anno fa, esattamente 365 giorni della mia vita che non ti vedo, che non ti parlo, che non ascolto la tua voce, che non ti sento ridere, che non ti sento urlare incazzato, che non sbatti la porta, che non ti vedo mettere il muso per delle cagate, che non ti vedo ridere.

Un anno fa eravamo in macchina, stavamo andando a pranzo per festeggiare i 30 anni di matrimonio della mamma e del papà. Un anno fa mi hai sgridato a tavola perché avevo preso l'antipasto di pesce e il filetto per secondo. Perché non si mescolano le proteine.

Un anno fa la vita era normale, era divisa in 4, era felice, eravamo una famiglia normale, senza particolari disgrazie, senza particolari gioie.

Un anno fa ancora non sapevamo a che disgrazia eravamo destinati, non sapevamo di avere in serbo per noi tanto dolore, non sapevamo di avere così tante lacrime nei nostri occhi, non sapevamo che il nostro cuore si sarebbe stretto a tal punto da poter credere di desiderare di morire.

Un anno fa non sapevamo che saremmo morti insieme a te, e non immaginavamo che avremmo avuto la forza di rinascere.

Un anno che non ci sei ma ti sento.

Un anno di metamorfosi, di continua evoluzione.

Il dolore ci avvolge come una marea, ogni giorno, lo sentiamo quando sale, e ci sentiamo sollevati quando scende.

Il dolore è purificante, dopo aver alzato gli occhi al cielo blu, dopo le lacrime, ci sentiamo meglio perché ogni volta che alzo gli occhi al cielo mi stai guardando e lo so che mi sorridi, anche se non ti vedo.

Un anno che sei nostri pensieri costantemente, senza pause, senza tregua.

Un anno di scelte difficili, sofferte, piante, vomitate, sbattute, gridate.

Un anno che il mio ultimo ricordo è quel pranzo. E dopo, il vuoto, fino all'incidente.

Due immagini: te affianco a me al ristorante a giugno, e il vestito più bello dell'armadio, addosso a te, quando per tutto era ormai troppo tardi, mentre ti mettevo il mio braccialetto con i campanelli.

Da poco, hai detto alla mamma che "Lucia è 60/60!", e sorridevi. Non sai che gioia per noi saperti felice, non sai che sollievo per noi vederti sorridere.

Lucia ha tutto, o quasi. Lucia ha tutto quello che voleva, ma che ora non le serve più.

Lucia vorrebbe il fratello che non vede da un anno, il resto che possiede non ha importanza.

Sono certa che nei prossimi 365 giorni, guardando il cielo, mi farai capire che ha importanza anche quello che ho, magari tra un po' ringrazierò per essere ancora qua lo stesso dio che ti ha portato via.

Mah.

Grazie Andre, che sei al mio fianco ogni giorno, più di prima. Grazie perché ora sorridi per me.

venerdì 2 maggio 2008

Ridere, ridere, piangere

E poi arrivano queste giornate, queste splendide giornate di sole e cielo terso a Milano. E il cuore dovrebbe essere leggero e non lo è.

Sento il cuore pesante in giornate come queste, con le strade deserte, la città svuotata, i treni colmi di gente che torna a casa.
A me basta guardare il cielo attraverso il tetto di una smart per catapultarmi nella mia blindatissima introspezione.

Nessuno sa, nessuno.

Buffo, nemmeno particolarmente importante tra tutte le cose che abbiamo visto e fatto insieme. Era solo una normale mattina di primavera, e mi stavi portando a scuola con la smart, io guardavo dal tettuccio il cielo e gli alberi che passavano , e ho cominciato a ridere come una scema. Ridere, ridere, ridere fino alle lacrime, senza una precisa ragione.

E' sempre quello il punto, ero felice e non lo sapevo.

A distanza di 8 anni, dentro una smart, nel mezzo della tangenziale di Milano di mercoledì sera, ho alzato gli occhi verso il tettuccio e ho visto il cielo.
E il ricordo è salito, come sono salite le lacrime.
Ancora non capisco se la gente che mi sta affianco s'interroga sul mio lunaticissimo comportamento, mi piacerebbe. Anzi, sono in continua ricerca di persone che si preoccupino per me, di me, che mi facciano sentire che se non ci sono manca qualcosa. Ma dopottutto ci sono tante ragazze semplici, senza particolari drammi interiori, o forse con un migliore atteggiamento del mio nell'affrontarli, più rilassate, sorridenti, loquaci, disinibite e disinvolte pronte per essere portate fuori a cena. E io rimango una ragazza complicata, con troppo ferite sulle braccia.

Io non riesco ad essere un'altra per troppe ore di filato, ad un certo punto il mio cuore pesante deve riemergere, la maschera deve essere posata.

Mi guardo intorno e mi chiedo da che gente sono circondata.
Da persone che non vedono le mie richieste d'aiuto, timide e silenti.
Io non posso urlare, non l'ho mai fatto e non lo farò mai.
Gente che affoga nei bicchieri d'acqua, che si strugge e si distrugge per delle minchiate. Gente che dichiara grande affetto nei miei confronti e poi si tuffa nel vuoto dell'assenza. Oppure gente che sta anche peggio di me, ma alla quale chiedere aiuto sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.
Io sono abbandonata a me stessa anche da me stessa. Sto completando un elenco mentale e spontaneo di cose che "mai avrei detto avrei mai fatto", molte delle quali mi spavento io stessa di aver avuto il coraggio di fare. Solo per poter dire a me stessa di averle fatte, di essere passata sopra e andata avanti. Per sopravvivere.

Mamma mia, quando passerà se passerà tutto questo?
Ieri, in posizione fetale su un divano che non era il mio, sono implosa piangendo, maturando la convinzione che il mio stato di malessere era dovuto a questo.
Ma se così non fosse? Se si trattasse di perpetuato abuso di dolore?
Se invece fossi solamente io, condannata per sempre ai bioritmi di uno schizofrenico?

Vorrei poter godere di questa giornata di sole, ma i raggi non riescono a scaldarmi il cuore pesante.

Quanta voglia che ho di battere i piedi per terra urlando, perchè un anno fa non sapevo che cosa avevo tra le mani. Quanta felicità sottovalutata, quanta ricchezza incompresa.
Come si può vivere senza qualcosa di così vitale? Come può un lutto mangiarti dentro, squarciarti la vita, i pensieri, le ambizioni, le compagnie?
Come può una manciata di minuti della tua vita, gli ultimi tuoi minuti di vita, essere il mio incubo, il mio pensiero fisso?

Io non sono un passatempo, una bambolina da posare sul divano, un pacco postale da consegnare, non sono una ragazza semplice, una figlia semplice, un amica semplice, un amante semplice, una fidanzata semplice, una persona semplice.
Non posso badare anche alle ferite che potrebbero infliggermi gli altri, ne ho abbastanza di quelle che mi infliggo da sola.


lunedì 21 aprile 2008

Feste comandate all year long

Alla festa del papà ho provato pudore e imbarazzo a fagli gli auguri, per il timore di riaprire una profonda ferita.

E la stessa sensazione si ripresenterà alla festa della mamma, tra poco. Con lei è ancora più difficile, perché mi sento in colpa per essere rimasta da sola…per sentirmi in dovere di farle gli auguri per due.

E’ passata Pasqua, veloce come corsa e lenta come uno stillicidio.

Non ricordo la Pasqua dell’anno scorso, non ricordo cosa abbiamo fatto, dove siamo andati, com’ero vestita, come’eri vestito. Non ricordo nulla.

Come non ricordo nulla del Natale: ce ne sono stati ventiquattro tutti uguali e tutti diversi e nessuno che credevo dovessi tatuarmi nella mente per il timore di non ricordare più.

Invece era l’ultimo natale, l’ultima pasqua. E non me li ricordo porca puttana.

Non credo nemmeno di averti fatto gli auguri, perché era così banale ho pensato.

Poi a Pasqua di quest’anno, mentre ero a messa (sì, mi ci hanno trascinata) con mamma e papà ho avuto un flash: io, la mamma e il papà che aspettavamo in garage che tu arrivassi a prenderci con l’Audi.

Ti ho visto.

Ed è stato un regalo bellissimo: un ricordo inaspettato, quando credevo di non averne più. In quel momento ho cominciato a piangere, in quel momento, per me, è stata pasqua 2008.

Questo sarà il ricordo che avrò sempre nelle prossime pasque a venire.